La salute nel Piano Mattei: in Africa, tra contraddizioni politiche e interessi privati
Un anno è trascorso dal vertice Italia-Africa con cui il governo Meloni lanciava a Roma il “Piano per l’Africa” al cospetto di 25 capi di stato africani, 11 ministri degli esteri, rappresentanti della UE, della Unione Africana, di Nazioni Unite, Istituzioni finanziarie, con l’intento di “scrivere una pagina nuova” , promuovere “un ponte per la crescita condivisa tra Italia e le nazioni africane” . Il Summit presentava le direttrici di intervento di questo piano, intitolato al fondatore dell’ENI, Enrico Mattei: istruzione e formazione; salute; agricoltura; acqua ed energia. Ufficializzava poi i progetti pilota in nove Paesi (Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Tunisia) con la promessa di estendere ad altri Stati africani. La conferenza stampa di inizio anno ha fornito l’occasione alla Presidente Meloni di annunciare che Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal sono i nuovi Paesi integrati nel Piano nel 2025.
La tempistica dell’iniziativa è frutto di una felice intuizione, nella transizione dovuta al passaggio di legislatura in Europa, nell’inarrestabile declino della reputazione francese in Africa , nel significativo taglio di fondi per la cooperazione africana da parte di Germania, Francia, Gran Bretagna. La congiuntura agevola l’Italia nella formulazione di una nuova partnership paritaria con il continente, almeno sulla carta: a Roma un anno fa, il presidente dell’Unione Africana aveva evidenziato, seppur con eleganza, che il modello di interazione alla pari risultava ancora molto aleatorio. Tant è. Il governo si è impegnato a fare investimenti a partire da una dotazione iniziale di oltre 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie: circa 3 miliardi provengono dal Fondo italiano per il clima, 2,5 miliardi circa dalla cooperazione allo sviluppo. I soldi sono pochi a fronte della ambizione di questo slancio, lo sa il governo Meloni e lo sanno anche gli africani. Perciò l’Italia ha puntato da subito a coinvolgere le Istituzioni finanziarie internazionali, le Banche Multilaterali di Sviluppo, l’Unione Europea e altri Stati donatori, in un’ottica di finanziamento allargato capace di includere il Piano Infrastrutturale del G7, presieduto dall’Italia nel 2024. La presidente della Commissione Europea ha confermato da parte sua l’integrazione del Piano Mattei con il Global Gateway lanciato nel 2022, l’investimento europeo in Africa del valore di 150 miliardi di euro.
Retorica a parte, l’Italia da sola non può farcela. Oltre ai fondi scarseggiano le risorse umane, rilevano con competenza alcuni parlamentari italiani : pochissime persone sono al lavoro su questo Piano , che potrebbe tracciare un rilancio dell’Italia nelle organizzazioni multilaterali. Soprattutto, da molto tempo ormai (ben prima del governo Meloni), fanno difetto alle autorità competenti del nostro paese le capacità istruttorie a vasto raggio, le chiamerei così, una attitudine istituzionale di autentico riconoscimento, interlocuzione e ascolto con il tessuto sociale di riferimento - mondo accademico e terzo settore, in Italia e in Africa – come componente ineludibile per garantire la reciproca riuscita dell’iniziativa. Attitudine che a suo tempo ispirò profondamente Enrico Mattei nella ideazione di un dialogo strategico alla pari con gli africani.
Un anno è trascorso, dicevamo, e il Piano Mattei resta un’incognita per gli stessi addetti ai lavori. Nel chiaroscuro emergono posizioni diverse e divergenti. Per alcuni corifei si tratta di un’opportunità su cui non si può ancora dare un giudizio di merito , per altri di un bluff narrativo, con il re-branding di vecchi progetti della cooperazione italiana . Il mondo missionario non fa nessun sconto al Piano Mattei , mentre le prime inchieste giornalistiche squadernano le pieghe di una iniziativa strategicamente asservita agli affari di pochi e grandi gruppi industriali, ENI in testa , ma non sola. La rivista Altreconomia fa luce su Bonifiche Ferraresi (BF) e sull’accordo stipulato a fine novembre con Leonardo per “rispondere in modo efficace e coordinato alle sfide globali nel settore agroindustriale e nella lotta al cambiamento climatico”, collegato anche al Piano Mattei . L’accordo punterebbe ad “effettuare attività di ricerca e sviluppo nelle aree geografiche di comune interesse, inclusi alcuni Paesi coinvolti dal Piano Mattei, e di identificare congiuntamente nuove opportunità, promuovendo al contempo la tutela della biodiversità e dello sviluppo sostenibile con il pieno coinvolgimento delle realtà locali” . Il coordinatore del Piano Mattei, Fabrizio Saggio, con il Ministro Lollobrigida e BF, hanno visitato l’Algeria per lanciare “il più importante progetto agroindustriale italiano nella sponda Sud del Mediterraneo” e il Ghana, per un progetto di coltivazione di mais, soia, grano, riso, pomodoro e banane su 7.500 ettari .
A questo punto, ci aspettiamo di sapere quale sia il sovrano industriale che si intesterà la partita della salute, accanto a pochi assi pigliatutto della cooperazione italiana. Possiamo dire tuttavia che questa direttrice del piano, avviata per ora solo in Costa D’Avorio, soffre di un certo strabismo. Con un occhio, le linee operative puntano assai opportunamente ai sistemi sanitari e alla accessibilità e qualità dei servizi primari (in particolare, salute materno-infantile, malattie infettive endemiche e malattie croniche), nel solco di una tradizione di cooperazione sanitaria attenta ai sistemi di salute e alla formazione del personale come priorità di lavoro in Africa. Altrettanto fondamentale, e originale, la scelta di favorire nel pacchetto salute il nesso tra energia e salute con l’accesso a sistemi di cottura più sicuri, efficienti e moderni, per “combattere gli effetti negativi legati all’inquinamento domestico dell’aria che […] contribuisce a 3,7 milioni di morti premature ogni anno, principalmente donne e bambini in Africa sub-sahariana”. L’altro occhio punta altrove. Con una visione spinta, e sicuramente ammiccante ad attori della industria sanitaria privata, l’altro occhio punta alla tecnologia digitale, allo sviluppo di piattaforme di telemedicina in collegamento con reti di specialisti in Italia e ambulatori mobili interconnessi via satellite, alla biosorveglianza spacciata come “One Health” e prevenzione, allo sviluppo di strumenti di geo-informazione per individuare zone a rischio di malattie infettive. Possiamo supporre, dato lo stato di prostrazione del sistema sanitario nazionale, che il collegamento satellitare e di telemedicina con reti di specialità mediche in Italia sia da riferire all’obiettivo di internazionalizzazione della sanità privata italiana, con la creazione di corrispondenti presidi di sanità privata in Africa. Niente di nuovo, sia chiaro. La strategia della Banca mondiale e delle istituzioni di finanza per lo sviluppo è incentrata sul ruolo dei privati (leveraging the private sector) – ed è ormai promossa nel nome della cosiddetta Universal Health Coverage (UHC). Diverse organizzazioni non governative si sono adeguate senza batter ciglio. Si può prevedere che il Piano Mattei includerà progetti a finanza mista (blended finance), una ricetta del tutto inefficace e pericolosa, fortemente criticata da molti soggetti della società civile internazionale. Le accurate, e sofferte, ricerche sul campo di organizzazioni come Oxfam e Sathi dimostrano, una storia di vita dopo l’altra, che simili approcci sospingono uno sviluppo malato della sanità , con effetti drammatici sul diritto alla salute. Solo qualche giorno fa Bloomberg ha pubblicato un’inchiesta che mette in luce le gravissime violazioni del diritto alla salute perpetrate in nome della finanza per lo sviluppo, con i soldi pubblici dei paesi europei.
Infine, balza agli occhi una profonda contraddizione fra la direttrice salute, laddove si include il concetto di One Health, e la direttrice agricoltura. Quest’ultima somministra in Africa il paradigma industriale che ha già usurato il suolo di altri continenti, con estensione di monoculture, uso incrementale di pesticidi e sostanze chimiche dagli effetti dirompenti su salute umana e ambientale. Sostanze che avvelenano il futuro del continente, e non rispondono alla urgenza della sicurezza alimentare, in declino in Africa dal 2015. Nei primi giorni del 2025 una larga coalizione di reti della società civile in Uganda ha messo in guardia rispetto ai pesticidi, “silent killers” come dicono i numeri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), chiedendone la messa al bando.
Dopo secoli di predazione occidentale, il dialogo con l’Africa resta purtroppo viziato da profonde ingiustizie strutturali, lugubre eredità che vincola i governi africani. I Paesi, ad esempio, chiedono di implementare insostenibili sistemi del cibo per “stare sul mercato” e ripagare così i loro debiti con i creditori, in un gioco di élite contestato dalle nuove generazioni, come abbiamo visto in Kenya. Ma l’agribusiness contribuisce alla perdita della biodiversità, intacca gli ecosistemi esponendo le popolazioni africane al contatto con vettori di patogeni e altri potenziali shock climatici, in una spirale di crisi che il Piano Mattei non si sogna neppure di prendere in esame, figuriamoci intaccare.
Il metodo del Piano Mattei deve essere nuovo, ha insistito il governo, a fronte delle prospettive di una crescita economica del continente africano. Il rischio di confrontarsi anche questa volta con “sogni prodotti da altri, durante una notte di sonno in cui i principali interessati non saranno però invitati al sogno collettivo”, come ha scritto Felwine Sarr nel suo magnifico Afrotopia, non è dissipato. “Certamente la prosperità è un desiderio condiviso dai popoli. È meno sicuro che tutti condividano un rapporto con l’economia di tipo meccanicista, razionalista, che sottomette il mondo e le sue risorse a uno sfruttamento forsennato del profitto di una minoranza, equilibrando le condizioni di vita”, continua Sarr. Sarà da scoprire se il Piano Mattei lascerà agli interlocutori africani la possibilità di altri immaginari, di altre epistemologie. Difficile farsi troppe illusioni.